Stereotipi
Storie di famiglia che allargano
Ogni famiglia racconta storie, anche quando non se ne accorge. "Tuo nonno era uno che non mollava", "la zia era bravissima a scuola", "la bisnonna teneva i conti di tutti", "in casa nostra le donne hanno sempre lavorato", "gli uomini non piangono". Alcune storie aprono possibilità. Altre consegnano ruoli già scritti.
La ricerca sulle narrazioni familiari e sulla memoria autobiografica mostra che i bambini costruiscono il senso di sé anche attraverso i racconti condivisi con gli adulti. Non ricordano solo fatti. Imparano che cosa conta, quali emozioni si possono nominare, quali difficoltà si attraversano, quali persone vengono considerate competenti.
Le storie non sono neutre
Se in famiglia raccontiamo sempre uomini che partono, decidono, lavorano, riparano, guidano e donne che aspettano, accudiscono, sopportano e fanno le brave, stiamo costruendo una mappa. Magari non diciamo mai "tu non puoi", ma mostriamo ripetutamente chi, nella nostra memoria, ha avuto iniziativa.
Per una bambina è potente sentire che nella propria genealogia ci sono donne che hanno saputo fare: una nonna che gestiva soldi, una zia che studiava di notte, una bisnonna che attraversava difficoltà, una madre che cambiava lavoro, una cugina che riparava motorini, una vicina di casa che sapeva tenere insieme cura e decisione.
Una storia familiare può diventare una frase silenziosa: "anche tu vieni da persone capaci".
Radici, non copioni
Le tradizioni possono dare appartenenza. Una ricetta, una lingua, un modo di festeggiare, un mestiere, una foto, una canzone: tutto questo può dire al bambino "hai una storia". Ma le radici diventano gabbie quando pretendono di stabilire chi deve diventare: "noi siamo fatti così", "le femmine della famiglia sono...", "i maschi non...", "questa cosa non è per noi".
Il lavoro educativo è sottile: raccontare da dove veniamo senza trasformarlo in destino. "Nella nostra famiglia molti hanno fatto lavori manuali" può diventare orgoglio, non obbligo. "Tua nonna cucinava per tutti" può diventare racconto di competenza, non condanna delle bambine alla cucina.
Come raccontare meglio
Le ricerche di Fivush e colleghi sulle conversazioni sul passato mostrano l'importanza di uno stile narrativo elaborativo: non solo domande chiuse, ma dettagli, emozioni, cause, scelte, conseguenze. Non "la nonna era brava". Meglio: "la nonna aveva paura di sbagliare i conti, allora li ricontrollava; quando riuscì a tenere il negozio da sola si sentì orgogliosa".
Questo tipo di racconto aiuta i bambini a collegare eventi, emozioni e identità. E permette di mostrare che gli adulti non sono statue: hanno avuto paura, hanno sbagliato, hanno imparato, hanno riparato. È molto più utile di una genealogia perfetta.
Domande che aprono
Dopo una storia si può chiedere: "Secondo te che cosa ha imparato?", "Che cosa avrebbe potuto fare diversamente?", "Chi l'ha aiutata?", "Quale parte ti sembra coraggiosa?", "Tu cosa avresti provato?". Così il bambino non riceve solo morale. Entra nella storia, ragiona, confronta, costruisce un proprio punto di vista.
Si possono usare anche oggetti: una foto, un attrezzo, una lettera, un grembiule, una ricetta, una vecchia tessera del lavoro, un libro sottolineato. Gli oggetti rendono la memoria concreta. Un cacciavite della nonna, una macchina fotografica dello zio, una mappa usata da un bisnonno: ogni cosa può diventare conversazione su capacità, cura, tecnica e scelta.
Attenzione alle storie che restringono
Alcune narrazioni familiari sembrano affettuose ma chiudono: "lei era bella, infatti trovò marito"; "lui era testardo, vero uomo"; "lei era buona, non rispondeva mai"; "in questa famiglia nessuno è portato per la matematica". Queste frasi possono diventare profezie. Meglio raccontare complessità: bellezza e intelligenza, cura e rabbia, paura e coraggio, tradizione e cambiamento.
Micro-azione
Scegli una donna e un uomo della famiglia e raccontali attraverso tre competenze, non attraverso un ruolo: cosa sapevano fare, quale difficoltà hanno attraversato, che cosa possiamo imparare senza dover diventare uguali a loro.
Fonti: Nelson & Fivush (2004), The emergence of autobiographical memory; Fivush, Haden & Reese (2006), Elaborating on elaborations; Fivush (2011), The development of autobiographical memory; McAdams & McLean (2013), Narrative Identity; Siegel & Bryson, The Whole-Brain Child.